Il simbolo di un fallimento. La batosta rimediata dalla Virtus Roma a Porto San Giorgio contro una squadra a dir poco allo sbando come la Sutor Montegranaro sponsorizzata Fabi Shoes – una sola vittoria nelle ultime undici partite, ma soprattutto reduce dal 47-76 subito da Teramo cui è seguito l’esonero di Pillastrini e l’avvento al suo posto dell’israeliano Drucker – è solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso ormai colmo, colmissimo. Riempitosi lentamente nel corso di quest’ultimo inappagante decennio fatto di alti e bassi. Con alcuni picchi che i tifosi difficilmente dimenticheranno, ma in ogni caso rimasto privo di trofei e, piuttosto, costellato di delusioni continue, frutto per lo più di imbarazzanti errori societari.
Come si può commentare l’ennesimo ko esterno stagionale, che mette seriamente a repentaglio la qualificazione ai playoff in un campionato di livello ridicolo come quello di quest’anno e che rischia, di conseguenza, di lasciare la Lottomatica fuori anche dall’Euroleague? A detta di chi scrive, esistono varie possibilità di analisi di una simile e grottesca situazione, più piani di lettura, un po’ come avviene in letteratura per un romanzo di Calvino o di Joyce, oppure nel cinema per un ambiguo finale di un film di Nolan o di Kubrick. Insomma, la Virtus attuale è qualcosa di davvero vicino a quell’Opera Aperta teorizzata con ben altri scopi da Umberto Eco, in cui ognuno può trovare la propria spiegazione ma che da sola sarebbe insufficiente: per comprendere bene un simile “campo di possibilità” – risultato di un complesso interagire di forze, o sarebbe meglio dire di colpe – c’è quindi bisogno di esaminare al caleidoscopio la partita di ieri, alla ricerca di tutte le sfaccettature di significato ad essa attribuibili, dalle più concrete alle più teoriche. Lasciando al lettore la libertà di scegliersi autonomamente la propria legittima interpretazione.
- Si potrebbe prima di tutto vedere il match sotto il profilo della cronaca: una gara a lungo equilibrata, in cui la maggior parte dei giocatori capitolini ha espresso il peggio di sé proprio quando gli era richiesto di fare uno sforzo in più e che Roma aveva tenuto in piedi solo grazie ad una delle rare buone prestazioni di Charlie Smith (21 punti, 5/10 da tre). Con lo statunitense crollato, stavolta, nel momento clou (0 punti nella frazione decisiva), la Virtus ha pagato le perduranti prestazioni negative di Traoré, Dasic e Washington (anche espulso per falli, dopo il tecnico preso per proteste in seguito alla sua terza, sanguinosissima palla persa) ed è stata sorpassata a pochi minuti dalla fine: il sigillo sulla vittoria dei padroni di casa è arrivato, più beffardo che mai, da una tripla incredibile di Andrea Cinciarini, quella del 69-63 che ha messo in discesa il cammino della Sutor, fino al 75-66 conclusivo.
- Si può, e a buon diritto, criticare il pessimo lavoro di alcuni giocatori chiave, ma soprattutto del coach Filipovski, reo di aver arbitrariamente ridotto la propria rotazione a pochi uomini (meglio se slavi), relegando alla panchina eterna, tra gli altri, Crosariol, Giachetti o Vitali: non dei fenomeni, per carità, ma dignitosi cambi se l’avversario si chiama Montegranaro e se sul parquet uno stremato Vlado Dasic deve arrivare a 37 minuti (o un “quasi giovane” come Smith deve superare i 31). Senza contare che Gordic, ormai, è costantemente peggio di Washington, cosa che rende l’idea di quanto sia nefasto in fase di playmaking.
- Si deve distribuire – andando sempre più in astratto – più di qualche responsabilità anche alla dirigenza, a chi questo roster senza senso lo ha costruito, e quindi in primis a quel Boscia Tanjevic che ha messo la faccia su numerose decisioni avventate, e che ieri non era nemmeno al seguito della squadra per ritirare un premio in Turchia. Un Tanjevic su cui erano riposte numerose aspettative, che ben presto sono divenute illusioni tradite.
- Forse, però, e senza voler troppo influenzare chi legge sulla giusta opinione da avere in questo triste momento, bisognerebbe osservare il tutto da un punto di vista il più possibile elevato, distaccato dalla mera catena di bislacche peripezie cestistiche che, una dietro l’altra, si sommano in casa capitolina. E’ necessario, anzi, ridurre tutto alla teoria: e quindi ricercare la base, l’origine comune, la fonte di tutti i disastri accumulati in questi dieci anni. Perché errori, anche gravi, vanno riconosciuti a ciascuno dei singoli sopraelencati, ma senza dimenticare che se oggi c’è un Washington o un Traoré, prima ci sono stati degli Alexander, dei Carter o degli Ilievski. Che Filipovski è parafulmine adesso come in passato lo furono Boniciolli, Gentile, Repesa, Pesic, Bucchi e Caja. Che prima di Tanjevic, inoltre, una sfilza di altri nomi ha già messo le sue mani – più o meno competenti – sul giocattolo, ed ha fallito, chi più, chi meno miseramente. Ma, soprattutto, va sottolineato che se la società continua a non avere a tutt’oggi una struttura funzionale (e funzionante), se ogni volta che un giocatore si infortuna i suoi tempi di recupero si moltiplicano esponenzialmente e lo stesso rischia di divenire un desaparecido, se tutti gli anni si è costretti a gridare al complotto arbitrale in questa o in quella occasione… deve pur esserci un motivo principale, un primo responsabile, un vertice della piramide. Il Sommo Autore di questa grottesca Opera Aperta chiamata Virtus Roma: il presidente Claudio Toti, padre di un progetto vincente rimasto tale solo sulla carta – e poco cambierebbe nel giudizio complessivo del suo operato anche nel caso in cui nelle due giornate rimaste Roma battesse Bologna e Siena, giungendo (miracolosamente?) ottava nella graduatoria finale di questa stagione di Lega A.
La pazienza del supporter capitolino ha ormai raggiunto, anzi sorpassato, ogni limite consentito. Senza voler nulla togliere – come detto – ad altre lecite interpretazioni, la speranza conclusiva di chi scrive, per rimanere in linea con la metafora letteraria portata avanti finora in queste righe di amare considerazioni, è che si verifichi nel Basket ciò che il grande strutturalista Roland Barthes aveva auspicato per la Scrittura: la Morte (per carità, solo sportiva) dell’Autore. Qualsiasi cosa dovesse seguire a questo imprescindibile evento sarebbe sicuramente migliore del mesto ricordo della tripla di Andrea Cinciarini, emblema del punto più basso mai toccato dalla Virtus del nuovo millennio. Il simbolo di un fallimento.



