E finalmente il supplizio è finito. La peggior stagione della Virtus Roma del nuovo millennio si è conclusa con l’unico esito possibile, l’unico esito sensato viste le pessime premesse che – nell’arco di tutta l’annata – si sono andate malinconicamente a sommare tra loro. E’ bene chiarire fin da subito che, per l’appunto, nulla di ciò che è avvenuto è stato frutto del caso, o di una coincidenza fortuita, o di un evento difficile da attendere o da immaginare. Insomma, la Lottomatica non è finita fuori dai Play Off a causa della sconfitta di ieri, prevedibile, sul campo di una Montepaschi Siena apparsa tra l’altro più distratta di altre volte: un 83 a 73 su cui c’è ben poco da dire, gara equilibrata per tre periodi fino all’accelerata decisiva dei padroni di casa, a lungo apparsi imprecisi (troppe perse banali, ben 18 totali, contro le 15 di media), deconcentrati, meno efficaci del solito in difesa. Non ha perso la licenza per l’Eurolega, conseguenza automatica dell’esclusione dalle prime otto piazze della graduatoria, perché la stessa Mens Sana ha “regalato” – alla faccia della supposta e tanto conclamata imbattibilità - punti chiave alla Dinamo Sassari non più tardi di una giornata fa. Non resterà a casa a guardare la corsa al titolo perché Teramo non è riuscita (di poco) nell’impresa di espugnare Bologna, o perché Cremona non ha potuto molto contro le maggiori motivazioni di una brillante Sassari, o perché Milano ha scelto di perdere a Pesaro per conquistarsi il pass continentale ai danni di Roma – voce/alibi che purtroppo ha preso subito piede nell’ambiente societario, nonostante sia anche frutto di mala informazione, visto che presa singolarmente questa partita era da ritenere ininfluente alle sorti capitoline. E la responsabilità, come tante volte affermato per mascherare i propri errori, non va nemmeno attribuita al Palazzo o agli arbitri, a prescindere da quel dubbio fallo fischiato contro Washington, proprio a una manciata di attimi dalla sirena, nella fondamentale trasferta sarda in casa della Dinamo. In parole povere: non è colpa del complotto astrale, dei rigori per la Roma, della crisi della borsa o dell’11 settembre. Il fallimento è, al contrario, frutto di una gestione insensata, di un roster costruito a caso – partendo da una presunta linea italiana, con coach Boniciolli, e terminato con una preminenza slava (di giocatori arrivati, per ragioni diverse, solo in base a casualità extraprogrammatiche: vedi Dasic, Dedovic e Gordic) sotto il regime Filipovski – e mai corretto da una dirigenza (Tanjevic è solo la punta dell’iceberg) che l’aveva messo su con ritardo, che ha sprecato tesseramenti (Touré, Iannilli, Tonolli) e che ha colpevolmente ignorato i punti deboli (Washington, Traoré, Smith) anziché ragionare su come sostituirli. Una gestione che non ha fatto altro che portare al culmine, al massimo livello, ciò che da un bel po’ si vedeva nella Roma cestistica: errori reiterati che, vista la loro colpevole ripetizione, non possono che essere ricondotti ad un'unica costante presidenziale.
L’Era Toti, come da alcuni anni pareva abbondantemente chiaro agli analisti più attenti, è dunque terminata nei fatti: è una fase che si è chiusa, senza possibilità di appello. E poco importa se questo decennio non possa essere ricordato (nonostante qualche picco potenziale sfiorato grazie ai vari Parker, Hawkins e Bodiroga) come vincente. Di norma, quando termina un ciclo in ambito sportivo, se ne celebrano con orgoglio e con affettuosa nostalgia tutte le gioie e tutti i successi che la squadra in questione ha portato ai propri sostenitori. Anche in questo, c’è poco da aggiungere, la Virtus Roma ama distinguersi, in quanto i ricordi positivi sono costretti a scemare di fronte ad uno sconfinato Oceano di errori e pressapochezza, che sono le cause principali della cronica mancanza di trionfi. La Lottomatica dell’ingegner Lamaro passerà alla storia solo per essere stata un’eterna incompiuta, per il suo potenziale inespresso, per una leadership decantata di continuo senza essere mai stata raggiunta veramente. E’ stato speso del denaro, è vero, ma spesso è stato speso male e ancor più spesso in maniera incoerente, limitando gli esborsi quando ne sarebbe bastato poco di più per mettere in piedi la formazione giusta o diminuendo il budget proprio quando sarebbe stata ora di aumentarlo. E’ stato sbandierato ai quattro venti un progetto che nessuno ha mai messo davvero in piedi. E’ stato mediaticamente venduto un prodotto vincente, quando ai fatti non si era fabbricato nulla e non esisteva che la carta da imballaggio. E’ come se, in pratica, fosse stata costruita una mastodontica bacheca, ma non si fosse mai fatto nulla per far sì che realmente qualche Coppa – che non fosse il Torneo di San Martino in Lupari o il Trofeo Sant’Ambrogio – potesse esservi poggiata sopra con la dovuta fierezza: per poter mettere in mostra anche all’Italia del basket una superiorità che la Città Eterna, per fortuna, si è conquistata con nettezza nel corso della sua ineguagliabile Storia. E non certo grazie a personaggi quali il sig. Claudio Toti o tutta la cricca di (s)consiglieri di cui ha amato circondarsi in questi anni da dimenticare.
N.B. Il Presidente Toti, forse per la prima volta, parrebbe – stando alle prime dichiarazioni ufficiose attribuitegli dal sito Sportando.com – aver compreso le responsabilità (sue e del suo staff) e avrebbe chiesto del tempo per “riflettere” su quanto accaduto. E’ importante, in questo momento, aiutare l’Ingegnere nei suoi pensieri, affinché il suo ragionamento sia corretto nelle premesse come nelle conclusioni. E dunque – sebbene la tifoseria romana, quella organizzata in primis, abbia incredibilmente scelto di non contestarlo mai nel corso degli ultimi mesi e sia arrivata persino ad incitarlo a gran voce sia nel match casalingo con Bologna, sia addirittura nel post-eliminazione in quel di Siena – il solo consiglio possibile per quel che concerne le sue future scelte sembra essere il seguente: mollare. Le dimissioni, la cessione, l’addio. Accettare di aver fallito e, di seguito, farsi da parte. Passare la mano, per restituire un po’ di dignità a questi colori, a quei supporters che vogliano riconquistarla e, perché no?, anche a sé stesso.



